PANTALICA


 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Pantalica

 E` sicuramente uno dei siti archeologici più interessanti della Sicilia, abitato fin dalla preistoria e per molti secoli la sua cultura è stata sicuramente fra le più sviluppate di questa cuspide sud-orientale dell'isola.
Difficilmente i complessi rapporti fra storia, natura e ambiente possono ricreare un paesaggio come quello di Pantalica: spettacolare, misterioso e affascinante allo stesso tempo. 

Cenni storici

Sicuramente l’antico abitato di Pantalica occupava un territorio molto vasto sull'altipiano ibleo,  e si sviluppava principalmente sul pianoro calcareo racchiuso fra le strette e ripide gole formate dal fiume Anapo e dal suo affluente il Calcinara. Questo sito è da identificarsi, quasi sicuramente con quello di Hybla, il cui re Hyblon consentì ai Megaresi condotti da Lamis di fondare nel 728 a.C. Megara Hyblea, in un settore del loro territorio costiero.
Le necropoli scavate nelle balze calcaree costituiscono il più grande complesso del genere in Sicilia, essendo costituito da  oltre 5000 tombe riunite in sette grandi necropoli: Filiporto, Cavetta, Nord, Nord Ovest, Sud, Sud-Ovest e Castello del Principe. Il sito fortificato naturalmente dalle profonde gole, era collegato all'altipiano solo dalla stretta sella di Filiporto, chiamato anche Porta di Pantalica, e reso ancora più imprendibile da una profonda trincea tagliata nella roccia.
Tutta la roccia della zona appare traforata da centinaia di aperture da farlo sembrare un alveare e per una strana coincidenza i Siculi, gli abitatori di Pantalica, furono chiamati il "popolo delle api". In queste grotte scavate nella roccia, che sembrano tanti occhi neri che scrutano l'affascinato visitatore, i Siculi seppellivano i loro morti. Questo sito studiato per primo da Paolo Orsi e poi da Bernabò Brea, dopo i Siculi fu abitato dai Greci, che lo fortificarono ancora e cominciò la sua decadenza proprio con la loro venuta, in quanto Siracusa, la nuova e potente città che prese il sopravvento sulla vecchia civiltà, spostò l'asse degli interessi verso la costa, decretando quindi l'abbandono prima e la decadenza poi, di questo sito che nonostante tutto, conserva ancora un fascino incredibile e crea emozioni che pochi altri siti archeologici sanno creare.
Al centro del pianoro si vedono gli imponenti resti di un edificio, l'unico che si conosca di questo periodo (XII-XI sec a.C.), costruito con grandi blocchi squadrati, simile ai palazzi di cultura micenea, con i quali si potrebbe ipotizzare un parallelismo. Quest'edificio, del quale rimangono le fondamenta, è identificato come l'Anaktoron o palazzo del principe, il signore di questi luoghi, ed è diviso in vari ambienti di forma rettangolare. Vi sono stati trovati resti di fonderie di bronzi e si è supposto che solo il principe  e la sua corte avessero la possibilità di condurla.
Nella parte meridionale del palazzo si trovano tracce di altri grandi muri di terrazzamento, anch'essi in opera megalitica. Quindi tutt’intorno, sulle pareti dei costoni calcarei si estendono le necropoli con tombe ad anticella artificiale, costituite dalla grotta scavata con tetto a forno e chiuse sulla fronte  da una unica lastra di pietra rinforzata con massi, terra ed altro. All'interno delle poche tombe che gli archeologi hanno potuto trovare intatte, si sono trovati corredi funerari con asce di bronzo, ceramiche lavorate al tornio dalla superficie di colore rosso lucido, fibule, pettini, coltelli e poco altro, che si trovano oggi nel Museo Archeologico di Siracusa.
Questo popolo che tanta fatica faceva per seppellire i suoi morti, viveva in capanne circolari costruite in legno, canne e paglia.
Con l'arrivo dei Greci man mano i Siculi ne assimilarono gli usi e il sito fu a poco a poco dimenticato e fu riutilizzato in epoca bizantina, quando le scorrerie dei pirati costrinse la gente che abitava lungo le coste a riparare in questi luoghi naturalmente più protetti. Fu in questo periodo, fra il IV ed il VI secolo d.C., che risalgono i villaggi trogloditici ed i piccoli oratori rupestri come l'Oratorio del Crocifisso (con tracce di affreschi, la chiesetta rupestre di San Nicolicchio e quella di San Micidiario, anch'essa con tracce di pitture.
Nella prima metà del secolo scorso fu poi costruita una ferrovia a scartamento ridotto, la Siracusa Vizzini Ragusa, chiamata anche di “Cicciu piecura” e che ebbe un grande richiamo nazionale per la suggestività dei luoghi attraversati, tanto che nel 1933 lo stesso re Vittorio Emanuele III venne personalmente e si fermò presso la stazioncina di Pantalica e proseguire poi la visita alle necropoli a dorso di mulo, come si usava allora. Ma nel 1956 la ferrovia fu soppressa e il suo vecchio tracciato è la via sterrata che si percorre oggi.

 Itinerari

L'importanza di Pantalica non è dovuta solo alla sua necropoli, ma anche ad un magnifico paesaggio naturalistico, con il corso dell'Anapo che nel tempo ha scavato le ripide  pareti della cava, i diversi laghetti dalle acque smeraldine, alcune grotte di tipo carsico, la stupenda flora e la fauna che ancora oggi, grazie all'apporto dell'Azienda Forestale, vive in un delicato equilibrio. Per visitare questo sito meraviglioso ci sono due ingressi, uno da Sortino a sud, ingresso Cancello Fusco, e uno da Cassaro a nord ingresso Ponte Diga, distanti circa 13 Km., e che si possono percorrere in circa tre ore. La strada ripercorre il tracciato della vecchia ferrovia e che oggi si può compiere a piedi (in questo caso è consigliabile munirsi di torce elettriche per attraversare le diverse gallerie che sono al buio) o su un carro messo a disposizione dalla Forestale.
Lungo il percorso si possono notare i vari laghetti dell’Anapo, e la stazioncina  dove la Forestale con la collaborazione dell’Ente fauna Siciliana ha realizzato un piccolo museo etnologico-naturalistico, per consentire ai visitatori di conoscere le specie animali e vegetali che si trovano nell’area, oltre agli strumenti del lavoro contadino della zona. Ancora più avanti si trova la masseria Specchi dove la Forestale ha creato la loro sede locale e che può servire come luogo di riposo.

 Necropoli

Oltre al fondovalle diverse altre sono le escursioni che si possono compiere per conosce le varie necropoli. Quelle più interessanti sono state divise in sette gruppi:
Necropoli di Filiporto (secc. IX-VIII a.C.), sono un migliaio di tombe appena sotto la sella omonima e sono le prime che si possono visitare provenendo da Ferla.
Necropoli di Nord-Ovest (secc. XII-XI a.C.), è la più antica e si raggiunge dopo aver superato quella di Filiporto.
Necropoli della Cavetta (secc. IX-VIII a.C.), è sicuramente la più spettacolare specie se la si vede dal belvedere della Cavetta.
Necropoli Nord (secc. XII-XI a.C.), è certamente la più vasta, la più antica e quella più affascinante se la si guarda dal belvedere del Calcinara, con le fioriture degli oleandri.
Necropoli Sud-Ovest ( secc.(     ), si trova presso la stazioncina di Pantalica, sul fondovalle.
Necropoli Sud (secc.    ) si trova ai lati del fondovalle, poco oltre la stazione di Pantalica, andando verso cancello Fusco.
Castello del Principe, si trova oltre la necropoli di Filiporto, seguendo la strada segnata e nei pressi si trovano anche il villaggio bizantino e le chiesette. 

La Riserva: Flora e fauna

Moltissime sono le presenze floristiche durante i vari periodi dell’anno, che vanno da alcuni tipi di orchidee, agli anemoni, dall'asfodelo all'anagallis, e tutte quelle essenze aromatiche tipiche di questi terreni, timo, nepetella, origano, ruta, rosmarino, salvia, e poi alberi di alto fusto che costituiscono la flora riparia: oleandri, platani orientali, salici pedicellati, terebinti, alaterni, bagolari, roverelle, carrubi, olivastri, perastri e lentischi.
Lungo il corso del fiume si trova la flora palustre costituita da menta acquatica, tifa, crescione, carice, e giaggiolo d’acqua e poi equiseti e capelvenere.
Anche per gli animali un luogo come questo, solitario e ricco di acque, ha permesso di creare un rifugio ottimale per molte specie di animali.
Fra gli uccelli si trovano la poiana, il corvo, il gheppio, il colombaccio, il falco pellegrino, la coturnice e poi tanti altri più piccoli come usignoli, cinciallegra, cardellini ecc.. Fra i mammiferi si trovano coniglio, lepre, donnola, martora, istrice, volpe,  e nelle acque rane, rospi, la trota, la biscia dal collare, il granchio di fiume.
Fra i serpenti oltre alle lucertole e ramarri si trova il nero biacco e la vipera comune, anche se è difficile da osservare.
 Di estremo interesse è la visita alla Grotta dei Pipistrelli, che si trova nella parete della cava dove si apre un grande antro. Bellissime le gallerie dove si trovano magnifiche concrezioni di stalattiti e stalagmiti. Anche l’ingresso è della massima suggestione, visto che le decine di gradini sono interamente scavati nella roccia.
Altra grotta che si può visitare è la grotta Trovato, che si trova sotto lo strato di calcare appena finisce la strada che proviene da Ferla, e poi la grotta Bottiglieria e delle Meraviglie, che i signori del posto, nei secoli passati, usavano come fabbriche di salnitro per la polvere da sparo.

 Torrentismo

Da non perdere, se si è in estate, la pratica del torrentismo, partendo dalla zona della prima galleria e risalire la corrente, prendendo poi la direzione del Calcinara e fare alcune centinaia di metri a nuoto, superando anche l’imbocco della presa dell’antico acquedotto Galermi, fino alla grotta dei Pipistrelli.
E’ un’avventura entusiasmante e ricca di paesaggi sempre nuovi con cascatelle, alte pareti calcaree, dove anche il sole fatica ad entrare, creando giochi di luce di alta suggestione, cercando i passaggi migliori fra siepi e massi.

 Acquedotto Galermi

Poi, per chi ha voglia di qualcosa di nuovo e si procura una torcia elettrica, si può fare una visita dentro alcune prese dell’acquedotto Galermi, interamente ricavato nella viva roccia calcarea una delle più imponenti costruzioni idrauliche del Mediterraneo, costruito dai Greci nel V secolo a.C.. Nel 480 a.C. , Gelone, tiranno di Siracusa, sconfisse ad Imera l’esercito cartaginese e portò buona parte dei prigionieri sul Calcinara, affluente dell’Anapo, furono costretti a scavare questo imponente acquedotto di circa 30 km., che portava le sue acque a Siracusa. Queste arrivano ancora oggi alla grotta del Ninfeo e una volta servivano per far muovere le scene del teatro, e nel XVI secolo furono utilizzate per muovere le pale dei mulini dei mugnai, e una di queste casette si nota ancora oggi, nella parte alta della cavea.
Attualmente l’ottima portata di quest’acquedotto, 500 litri al secondo, viene sfruttata per irrigazione e per le industrie petrolchimiche. L’opera, interamente scavata nel roccia calcarea, segue prima il corso del Calcinara e poi la sponda sinistra dell’Anapo, seguendone il corso ad una altezza più alta del letto.
All’interno, che si può percorrere comodamente, si trovano finestrelle per la presa dell’aria e pozzi che servivano a calcolare i livelli della pendenza, come ingressi verticali per l’ispezione, per lo scavo delle gallerie laterali, ancora oggi in perfetto stato di funzionamento.
Lo scavo si è supposto che sia stato fatto con scalpelli e anche con il metodo del “calcinamento”, l’accensione di grandi fuochi che rendevano il calcare più facile da scavare.
Ancora oggi una simile opera desta stupore e ammirazione, se dopo 2500 anni è tuttora perfettamente funzionante, grazie anche alla pulizia costante che viene eseguita dalla Forestale.
Enormi devono essere stati i problemi da risolvere, specie la pendenza costante per lo scorrimento delle acque e l’incrocio con le valli laterali dell’Anapo, che furono superati seguendone il corso e quindi un percorso ancora più difficile per queste numerose deviazioni.